Ravenna

Vi avevo preannunciato che Ravenna avrebbe ricevuto un trattamento particolare all'interno del non viaggio, perché la giornata è stata intensa e particolare.
Un brutta giornata.
Incominciata malissimo.
Leggo dall'email di una futura amica: “Hanno rapito un mio amico a Gaza”.
Ancor prima di guardare le notizie su internet rispondo con toni rassicuranti.
Poi scopro che Vittorio Arrigoni è stato ucciso.
La mia mail seguente è un misto di imbarazzo e disperazione.
Giornata davvero brutta.

Lascio Corridonia, Michele mi accompagna in stazione e sul treno i miei pensieri si mischiano alle immagini che scorrono veloci fuori dal finestrino. Quanto è durato il viaggio?

Arrivo a Ravenna di estremo malumore.
Fedele al titolo di questo blog mi perdo malamente in città cercando l'ostello: vado due volte nella direzione giusta ma poi decido che è quella sbagliata e dopo quasi un'ora con lo zaino che mi sta spezzando la schiena un signore mi indica la strada per giungere a destinazione aggiungendo: “è lontano, non puoi arrivarci a piedi”.
Chi non ha cervello ha le gambe (ah, come me la sono ripetuta spesso) e lo zaino diventa un cilicio che mi punisce per la mia mancanza di senso dell'orientamento.

Quando arrivo in ostello mi pare di essere l'unico ospite.
Mi metto in modalità “simpatica” e scherzo un po' con le ragazze della reception (guardate, una simpatia che neanche vi dico!) e dopo aver lottato contro l'indolenza che oggi mi avviluppa decido di andare in cerca della tomba di Dante.

Piene sono le strade di scolaresche in gita.
Francesi.
Pantaloncini.
Basse scarpe da ginnastica bianche, sì proprio quelle che se sei una modella ti stanno benissimo ma che sono oltremodo brutte altrimenti.
Disinteresse generale.
Una bambina di colore che mi rallegra con le sue treccine, un disegno su un muro che mi ricorda di che umore sono e finalmente il monumento funebre del nostro più grande poeta.
Lì, in un angolo. Un busto in rilievo col famoso naso spaccato.
Non c'è nessuno.
Una turista americana arriva, scatta una foto e riparte.
Sono quasi scandalizzato: a Shiraz le donne si gettavano piangenti sulla tomba di Hafez, qui l'unico che vorrebbe piangere è il sottoscritto. Povero Dante.

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Con queste emozioni in grembo mi ritrovo in piazza.
Un gruppo di pacifisti si è ritrovato silenziosamente nel centro storico, le bandiere arcobaleno listate a lutto e uno striscione adagiato contro una catenella: “restiamo umani”.
Dietro ai miei occhiali scuri cammino come un'ombra tra di loro, faccio qualche foto per pensare ad altro ma dopo poco si avvicina a me un'anziana signora che mi rivolge la parola con pesante accento romagnolo.

– Ma sa cos'è successo?
– Sì signora, hanno rapito e ucciso un pacifista a Gaza…
– Oooh quello della televisione!

E segue tutto un fiume in piena di agitate parole in romagnolo. Nonostante capisca una parola su due, i gesti e la rabbia della signora rendono il messaggio piuttosto chiaro.
Devo allontanarmi rapidamente: dopo tutto sappiamo benissimo che sono un duro e non posso piangere in pubblico.
Mi metto dietro un cartellone pubblicitario, una bandiera, un cassonetto, boh non so, e piango.
Dietro ai miei occhiali da sole piango.
Piango per una vita strappata troppo presto.
Piango per la morte di un ideale.
Piango perché Vittorio Arrigoni era amico della mia futura amica.
Piango per tutti quegli stronzi che diranno “eh, ma se fosse rimasto a casa sua non sarebbe successo” (anzi, i detti stronzi hanno dimenticato l'uso del congiuntivo “se stava a casa sua non succedeva”. Bruciate.)
Piango perché alcuni di questi stronzi sono di sicuro amici miei.
Piango perché chi la propria vita l'ha vissuta con significato, anche se è durata troppo poco.
E su di me si riversano con la loro subdola violenza tutte le immagini di vite sprecate e la paura di sprecare la mia, inutilmente.

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Ma si sa, sono un duro e devo andare avanti.
Per fortuna ho gli occhiali da sole.

I mosaici di Ravenna e la macchina fotografica diventano una distrazione per il resto della giornata.
Una delle chiese che visito (giovani americane abbozzano planimetrie della chiesa sui loro bloc notes) mi riporta col pensiero a Mar Musa, strappandomi un sorriso: sul suo pavimento si trova lo stesso labirinto che la fantomatica “moglie di un architetto” aveva ricostruito con sassi e pietre sulle alture di Mar Musa (Delle donne piangenti sulla tomba di Hafez non vi avevo parlato (ma quante cose vi siete persi?) ma di questo ).

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Mi sembra anche giunto il momento di chiamare la mia futura amica.
Per uno strano caso ho il suo numero.

Poi, con Vittorio e Mar Musa e la conversazione telefonica che lottano per la mia attenzione, torno verso l'ostello.
Mi metto a scrivere nella sala comune.
Sorseggio una birra mentre la proprietaria dell'ostello e le ragazze della reception parlano di soldi, poco distanti da me.
Nell'angolo più remoto della stanza, tre tristissimi vecchi (i classici vecchi da ostello: perché?) si cibano prelevando le loro vivande da una serie di tupperware. Tristi.

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3 thoughts on “Ravenna

  1. anonimo il said:

    Certo che gli occhiali da sole sono alleati formidabili, tranne quando si perdono pure loro.

    Eh si…mi sa che ci siamo persi molte cose.
    Illudici. Dicci che hai raccontato più di quanto hai taciuto.

    Marte

  2. anonimo il said:

    Purtroppo (per noi) viviamo in un mondo che gira al contrario, dove un militare morto in guerra (in GUERRA) viene elogiato nelle omelie funebri come "martire della pace", mentre un pacifista che si impegna attivamente in Palestina, senza però imbracciare un fucile, subìsce l'indifferenza e gli insulti delle mediocri coscienze nazionali.

    Pace alle anime di tutti, ci mancherebbe, però.. 

     

    Abbiamo davvero bisogno di fare parate militari ogni benedetto 2 Giugno?

    Abbiamo davvero bisogno di elogiare la guerra in ogni suo aspetto per dimenticarci che davanti alla morte siamo tutti uguali e senza passaporto?

    Un morto afgano vale tanto quanto uno italiano o palestinese.

    Anche "gli altri" avrebbero una famiglia, dei figli, un lavoro e un sogno nel cassetto.

    Ma noi siamo i buoni e loro i cattivi.

     

    Martin Luther King diceva "Quando rifletteremo sul nostro XX secolo, non ci sembreranno tanto gravi i misfatti dei malvagi, ma lo scandaloso silenzio dei buoni".

     

    Un saluto e.. stay human, nonostante tutto.

     

    Michele

  3. anonimo il said:

    Ciao,
    mi piacerebbe sapere quello che nessun blog di viaggio racconta mai… che succede dopo un viaggio del genere? il tornare stanziali dopo aver vagato per il mondo per un anno è possibile? potresti fare un post molto interessante su questo…. "il ritorno all'abitudine". Bye Matteo, buona vita!!

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