L'Aquila Zona Rossa

Da piccolo i miei genitori mi portarono a visitare il forte spagnolo all'Aquila. Avrò avuto sì e no otto anni.
Mentre loro due stavano ammirando il Gran Sasso in lontananza, la mia attenzione fu attirata da un calcinaccio che sporgeva da un muretto. Gli diedi un calcio e si sgretolò a terra. Mia mamma mi vide.

– Hai rotto il castello dell'Aquila.
– Ma… io… in verità.
– Hai rotto il castello dell'Aquila.
– …
– Speriamo non ti abbia visto la polizia…

E per mesi e mesi (o almeno, nella mia memoria di bambino) in casa mia si parlò dell'Aquila e del suo castello e del mio atto vandalico e non si perdeva occasione di nominare la polizia che mi avrebbe sicuramente arrestato.
 I miei genitori se la ridevano sotto i baffi (mah, neanche mio padre ha mai avuto i baffi, però ci siamo capiti) ma io per anni sono stato traumatizzato ed ero sicuro che prima o poi qualcuno avrebbe scoperto le mie malefatte e mi avrebbe schiaffato in galera.
Stronzi.

La notte del sei aprile 2009 un bambino ben più grande e ben più crudele del sottoscritto si mise a prendere a calci L'Aquila e i suoi dintorni: alle tre e trentadue la terra cominciò a tremare, il terremoto si scagliò con tutta la sua violenza sulla città e schiacciò sotto le macerie trecento-otto persone.

Oggi, a poco più di due anni dal sisma, l'Aquila è ancora una città fantasma.
Arrivo a l'Aquila con lo stesso spirito che ha animato gran parte di questo viaggio: il gusto della scoperta, quello di verificare coi propri occhi lo stato delle cose, scoprire le piccole e grandi bugie di cui siamo tutti (più o meno inconsciamente) vittime.

Dal finestrino dell'autobus scorgo un container che reca la scritta “ufficio turistico”, scendo al volo e vado a chiedere informazioni.
Una gentilissima signora mi mostra una vecchia cartina della città e, con una biro, mi indica le strade che hanno recentemente riaperto “ma tutto il resto della città è Zona Rossa”.

– come Zona Rossa?
– Sì, Zona Rossa, vietato entrare, i militari pattugliano gli ingressi.

“Zona Rossa” continua a risuonare nelle mie orecchie mentre la gentile signora mi cerca una sistemazione nei dintorni dell'Aquila e tra una telefonata ed un'altra si lascia andare. Con la voce rotta dal magone e le lacrime che si formano dietro gli occhiali si lamenta: “alla televisione pare che tutto vada bene, vero? Invece non va bene niente, la situazione è drammatica, il centro è morto e per noi non esiste più un centro di aggregazione. Ormai la vita si è trasferita fuori dall'Aquila e gli unici posti che ci rimangono sono i centri commerciali…”
Zona Rossa.
Esco e sono un po' frastornato.
Zona Rossa, ve l'avevo detto io di non guardare più la televisione.
Salto su un autobus (la corsa è gratis, magra consolazione) e mi reco al mio alloggio, a qualche chilometro da quello che una volta era il centro cittadino, e poi a piedi mi dirigo verso la città.
Lungo tutto il tragitto si vedono edifici diroccati e cumuli di macerie, case chiuse da reti arancioni e infissi sprangati. Il benvenuto nella desolazione me lo da la facciata di una casa dichiarata inagibile sulla quale, ironia della sorte, la caduta di calcinacci e le crepe hanno disegnato un sardonico sorriso (o lo vedo solo io?).

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Passo attraverso un gruppo di condomini diroccati e abbandonati.
Entro in uno di essi.
Non penso di poter/dover entrare, ma entro lo stesso.
Il deserto e gli oggetti abbandonati dagli abitanti in fuga e le cose che non si è potuto o non si è voluto recuperare. Delle biciclette appese al soffitto, una valigia semiaperta, dei libri cotti dal sole, piante ormai rinsecchite, quadri impolverati, un hula hoop.

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Più mi avvicino verso il centro e più la desolazione mi avvinghia.
La cosa che più mi colpisce (stranamente) è il bucato che ancora sventola su alcuni balconi: il vento lo scuote, poco incuriosito dal suo abbandono e dalla prolungata asciugatura.

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Dopo una lunga camminata arrivo finalmente alle porte del centro.
Una rete arancione ed un blindato militare bloccano l'accesso al centro.
“È Zona Rossa, non si può passare”, mi dice un alpino, “però hanno appena riaperto via XX settembre, puoi entrare da lì”.

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Diciamo che andando verso via XX settembre mi perdo e diciamo che invece di andarci direttamente passo da una stradina che mi porta in pieno centro e che quindi per puro caso mi trovo dove non dovrei essere, nella famigerata Zona Rossa.
E la Zona Rossa è l'emblema della Città Fantasma.
Nel centro storico la devastazione è ancora più evidente a causa della mancanza della gente e gli edifici sventrati e gli oggetti dimenticati raccontano una, mille, trecento-otto storie diverse che si fa fatica ad ascoltare: un telefono staccato, una campana rotta, una borsa impolverata, una bambola, i cumuli di macerie, le case puntellate e gli edifici storici tenuti assieme da enormi fasce. I simboli della sciagura.
Anche il tempo si è fermato tra queste rovine e passeggiando per la città si trovano visioni che dovrebbero essere effimere e che invece sono diventate eterne: il fiocco rosa appeso ad una porta, un annuncio di lavoro, il calendario della chiesa, i manifesti funebri (morti, ma morti per sempre).
Provo rabbia e delusione, la sensazione di orgoglio patrio che da Matera mi accompagnava si sgretola e lascia il posto ad una grande tristezza.

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Finalmente gli alpini si rendono conto della mia presenza e mi fanno uscire dalle transenne che mi avevano intrappolato; vago fino a via XX settembre e incrocio solo un paio di persone: la via è riaperta ma tutto il resto, la vita, i negozi, s'è trasferito altrove.

Esco dalla città e di fronte a me si staglia in tutta la sua imponenza il mio ricordo di gioventù, quel castello che a calci avevo provato ad abbattere. È ancora in piedi, pare che il terremoto non l'abbia scalfito. Ad onor del vero, la collezione d'arte che ospitava e i suoi interni sono stati pesantemente danneggiati, ma dall'esterno non sembra sia stato toccato. Giro attorno al forte e il mio io bambino si ritrova ancora in cima a quelle mura e i miei stanno guardando il Gran Sasso e mio padre non ha i baffi e l'Aquila è un posto magnifico.

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E poco prima di rimettermi sui miei passi, un rumore in lontananza mi attira: alcuni bar, nelle vicinanze del castello hanno riaperto e un gran numero di persone si trova al loro interno e di fronte alle loro porte. La vita ricomincia, forse. Io me ne sto in un angolo, sorseggio una birra in silenzio e non voglio parlare con nessuna, ho avuto la mia razione di storie tristi quest'oggi.

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9 thoughts on “L'Aquila Zona Rossa

  1. andlosethenameofaction il said:

    Eh non ditelo a me, questo post mi gravava sul capocollo da un po'… scusate l'assenza!

  2. andlosethenameofaction il said:

    Il post è alla data precisa in cui sono stato nei vari luoghi… il ritardo è nella pubblicazione!

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