Quasi

Il non-viaggio è stato un lungo ritorno verso la normalità.
Insomma, tutto il viaggio in realtà lo è stato: un lento ritrovare fisionomie e costumi verso una realtà che ho sempre conosciuto.
E nonostante Milano non sia la mia città (magari, forse, chissà, un giorno potrebbe pure diventarlo, se il continuo mutare delle idee troverà quiete) ormai sprofondo nella normalità.
Mancano pochi giorni al definitivo (prendiamo definitivo con le molle, non è che vada ad immolarmi) ritorno a casa però, ecco, qui ritrovo una parte di me che avevo lasciato alle spalle più di un anno fa: amici, strade familiari, visi ignoti che mi pare di riconoscere e discorsi lasciati a metà.
Un'amica e una rosa mi aspettano in stazione.
Poi ci sono anche nuovi incontri e parole scambiate dal vivo sui gradini del Duomo, ma questa è proprio tutta un'altra storia. E i fenicotteri, i fenicotteri rosa, a Milano ci sono i fenicotteri.
In una gelateria incontro Leone di Lernia che dice un sacco di parolacce e bestemmie.
E lascio che Milano sia la compagna annoiata e gelosa degli ultimi giorni che passo lontano da casa, sapendo che la distanza che ormai ci separa è minuscola: dietro le spalle e nelle scarpe le migliaia di chilometri percorsi e i paesi che ho attraversato, nel computer il milione di foto scattate (no, magari un milione no, però sono tante) nella memoria che si sforza di non sbiadire le immagini e i racconti di un anno fuori dall'ordinario.
Tenendo fede alla mia routine di viaggio però cerco di scoprire la città al lento passo di una serie di scatti. Nel mausoleo del cimitero monumentale sono contento di vedere che al centro del mausoleo spicca la tomba di Manzoni e sui muri dei cittadini meritevoli spunta il nome di Bettinelli, purtroppo sotto il nome di Versace [ops! Il Franco Bettinelli scrittore dialettale non c'entra niente con Giorgio Bettinelli, viaggiatore vespista, a cui in realtà mi stavo riferendo! Vabbuo'... grazie a Luca (ciao Luca) che me l'ha fatto notare!]

QuasiQuasi

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Quando arriva la vigilia di Pasqua, come un agnello, sono pronto ad andare verso la prossima e ultima tappa. Oh, rallegratevi, mica vado al fronte, torno a casa!

Quasi
 

Ravenna

Vi avevo preannunciato che Ravenna avrebbe ricevuto un trattamento particolare all'interno del non viaggio, perché la giornata è stata intensa e particolare.
Un brutta giornata.
Incominciata malissimo.
Leggo dall'email di una futura amica: “Hanno rapito un mio amico a Gaza”.
Ancor prima di guardare le notizie su internet rispondo con toni rassicuranti.
Poi scopro che Vittorio Arrigoni è stato ucciso.
La mia mail seguente è un misto di imbarazzo e disperazione.
Giornata davvero brutta.

Lascio Corridonia, Michele mi accompagna in stazione e sul treno i miei pensieri si mischiano alle immagini che scorrono veloci fuori dal finestrino. Quanto è durato il viaggio?

Arrivo a Ravenna di estremo malumore.
Fedele al titolo di questo blog mi perdo malamente in città cercando l'ostello: vado due volte nella direzione giusta ma poi decido che è quella sbagliata e dopo quasi un'ora con lo zaino che mi sta spezzando la schiena un signore mi indica la strada per giungere a destinazione aggiungendo: “è lontano, non puoi arrivarci a piedi”.
Chi non ha cervello ha le gambe (ah, come me la sono ripetuta spesso) e lo zaino diventa un cilicio che mi punisce per la mia mancanza di senso dell'orientamento.

Quando arrivo in ostello mi pare di essere l'unico ospite.
Mi metto in modalità “simpatica” e scherzo un po' con le ragazze della reception (guardate, una simpatia che neanche vi dico!) e dopo aver lottato contro l'indolenza che oggi mi avviluppa decido di andare in cerca della tomba di Dante.

Piene sono le strade di scolaresche in gita.
Francesi.
Pantaloncini.
Basse scarpe da ginnastica bianche, sì proprio quelle che se sei una modella ti stanno benissimo ma che sono oltremodo brutte altrimenti.
Disinteresse generale.
Una bambina di colore che mi rallegra con le sue treccine, un disegno su un muro che mi ricorda di che umore sono e finalmente il monumento funebre del nostro più grande poeta.
Lì, in un angolo. Un busto in rilievo col famoso naso spaccato.
Non c'è nessuno.
Una turista americana arriva, scatta una foto e riparte.
Sono quasi scandalizzato: a Shiraz le donne si gettavano piangenti sulla tomba di Hafez, qui l'unico che vorrebbe piangere è il sottoscritto. Povero Dante.

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Con queste emozioni in grembo mi ritrovo in piazza.
Un gruppo di pacifisti si è ritrovato silenziosamente nel centro storico, le bandiere arcobaleno listate a lutto e uno striscione adagiato contro una catenella: “restiamo umani”.
Dietro ai miei occhiali scuri cammino come un'ombra tra di loro, faccio qualche foto per pensare ad altro ma dopo poco si avvicina a me un'anziana signora che mi rivolge la parola con pesante accento romagnolo.

- Ma sa cos'è successo?
- Sì signora, hanno rapito e ucciso un pacifista a Gaza…
- Oooh quello della televisione!

E segue tutto un fiume in piena di agitate parole in romagnolo. Nonostante capisca una parola su due, i gesti e la rabbia della signora rendono il messaggio piuttosto chiaro.
Devo allontanarmi rapidamente: dopo tutto sappiamo benissimo che sono un duro e non posso piangere in pubblico.
Mi metto dietro un cartellone pubblicitario, una bandiera, un cassonetto, boh non so, e piango.
Dietro ai miei occhiali da sole piango.
Piango per una vita strappata troppo presto.
Piango per la morte di un ideale.
Piango perché Vittorio Arrigoni era amico della mia futura amica.
Piango per tutti quegli stronzi che diranno “eh, ma se fosse rimasto a casa sua non sarebbe successo” (anzi, i detti stronzi hanno dimenticato l'uso del congiuntivo “se stava a casa sua non succedeva”. Bruciate.)
Piango perché alcuni di questi stronzi sono di sicuro amici miei.
Piango perché chi la propria vita l'ha vissuta con significato, anche se è durata troppo poco.
E su di me si riversano con la loro subdola violenza tutte le immagini di vite sprecate e la paura di sprecare la mia, inutilmente.

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Ma si sa, sono un duro e devo andare avanti.
Per fortuna ho gli occhiali da sole.

I mosaici di Ravenna e la macchina fotografica diventano una distrazione per il resto della giornata.
Una delle chiese che visito (giovani americane abbozzano planimetrie della chiesa sui loro bloc notes) mi riporta col pensiero a Mar Musa, strappandomi un sorriso: sul suo pavimento si trova lo stesso labirinto che la fantomatica “moglie di un architetto” aveva ricostruito con sassi e pietre sulle alture di Mar Musa (Delle donne piangenti sulla tomba di Hafez non vi avevo parlato (ma quante cose vi siete persi?) ma di questo ).

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Mi sembra anche giunto il momento di chiamare la mia futura amica.
Per uno strano caso ho il suo numero.

Poi, con Vittorio e Mar Musa e la conversazione telefonica che lottano per la mia attenzione, torno verso l'ostello.
Mi metto a scrivere nella sala comune.
Sorseggio una birra mentre la proprietaria dell'ostello e le ragazze della reception parlano di soldi, poco distanti da me.
Nell'angolo più remoto della stanza, tre tristissimi vecchi (i classici vecchi da ostello: perché?) si cibano prelevando le loro vivande da una serie di tupperware. Tristi.

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Il non viaggio

And but so, dall'Aquila fino a Milano (Ravenna a parte, ma di Ravenna non ho voglia di scrivere adesso), è stato un po' un non viaggio.
Sì, mi sono mosso, ma senza quello spirito che aveva animato il resto dei miei spostamenti: sono stati gli incontri a definire quest'ultima parte di viaggio più che i luoghi.
A Corridonia ho incontrato MicheleInCina (che avevo contattato durante la mia permanenza in Cina dopo aver letto il suo blog) che non è più in Cina ma che è solo (se “solo” si può dire) Michele, in assoluto il miglior ROC (Return On Cartolina) di tutto il viaggio: Michele e la sua fantastica mamma m'hanno nutrito, sfamato, divertito, istruito e accudito! Si diventa di sicuro uomini migliori dopo aver assaggiato ciauscolo e vernaccia.
Michele diventa la vittima consapevole dei miei racconti di viaggio (di questo e dei precedenti) narrati al passato remoto che, nel loro insieme, hanno effettivamente dell'inverosimile tanto che dopo un po', a grande richiesta, sono costretto a cominciare ogni mia storia con “mi ritrovai su un cargo battente bandiera liberiana quando…” e ad indossare i panni di Manuel Fantoni e magari anche ad inventarmi qualche storia (o magari no, chi lo saprà mai?).

Nonostante la fine di ogni blog inizi con la pubblicazione dei video presi da Iutub e che questo mio stia effettivamente per tirare le cuoia, non voglio dissacrarlo così, per cui andatevelo a cercare voi il video di Manuel Fantoni su Iutub. Però un post solo di citazioni (altro bel chiodo nella bara di un blog) magari lo faccio (o magari no, chi lo saprà mai?).

Ciao Michele, grazie. La prossima volta fai trovare in giro anche tua sorella però!

Da Corridonia vado a Ravenna (se siete stati attenti sapete già che non ne parlerò qui… ma come fate?!) e poi a Bologna dove una coppia di amici (ciao Ale, ciao Simona) mi ospita per il fine settimana e mi inietta una dose massiccia di anticoncezionali.

Ormai sono sempre più vicino alla mia meta finale e la curiosità della scoperta è ormai prossima allo zero.

Vorrei andare a trovare un'amica a Piacenza (ciao Clode), nel suo castello medievale, per poter parlare un po' di Wittgenstein (il filosofo, non il giornalista), di Raymond Claude Ferdinand Aron (giornalista e filosofo) e di Scatafaldo Farlinzoni (il giornalista, non il filosofo) ma la signora (stavo per scrivere signorina, scusa) ha pensato bene di dileguarsi senza il mio consenso e, visto che non voglio andare direttamente a Milano, devo trovare un piano B.
Mmm Piacenza, Piacenza, Piacenza… mi ricorda qualcosa, qualcosa di lontano, qualcosa di indiano, qualcosa dai lunghi capelli neri che fu (“mi imbarcai su un cargo battente bandiera liberiana quando la incontrai, fu lì che capì che il nostro destino si sarebbe scritto su una moto cercando di sopravvivere alla furia stradale dell'India”) mia compagna di sella su Arianna: Chinnamasta, o ciò che rimane di lei, è originaria di un piccolo (stavo per scrivere “microscopico” ma i diciassette abitanti di S.D.V.S.A.E.C.R.D.P. si sarebbero risentiti) borgo del piacentino. Nonostante il padre di Chinnamasta sia famoso per il culatello che offre ad amici e parenti solo ed esclusivamente a Natale, decido comunque di fare quest'improvvisata a casa Chinnamasta, così, perché i suoi genitori mi stanno simpatici.
Dopo aver preso una quindicina di treni e aver visto un sacco di cespugli rotolare in stazioni deserte della bassa, finalmente arrivo nel villaggio di V.S.A.E.C.R.D.P.: lascio i bagagli in un bar gestito da una procace quarantenne tuttatette (felicità di tutti i vecchietti giocatori di briscola di V.S.A.E.C.R.D.P.) e mi dirigo (a piedi) verso la frazione di S.D.V.S.A.E.C.R.D.P.

- Scusi, da che parte per S.D.V.S.A.E.C.R.D.P?
- Di là, ma guarda che è lontano!
- Ho tempo…

Percorro un bel tratto di campagna e dopo molto scarpinare mi trovo di fronte alla porta di casa Chinnamasta.
Quando busso, saranno i miei abiti eleganti, sarà la capigliatura, sarà la barba di qualche giorno ma il padre di Chinnamasta, stranamente, non mi riconosce e il suo sguardo severo da “machièstoclandestino” mi fa capire che non posso usare l'esilarante battuta che avevo progettato lungo il tragitto (“sono qui per il culatello” eh, un umorista nato, altroché) ma devo declinare (e in fretta) le mie generalità per evitare un colpo di schioppo (sento che con sguardo impassibile suo padre sta cercando a tentoni il fucile nascosto dietro la porta).
Il volto del Papà di Chinnamasta si illumina e mi fa entrare con un braccio al collo e un gran sorriso. Non passano tre secondi che mi viene offerto un bicchiere di lambrusco e… il mitico culatello!

- Sai com'è, da quando Chinnamasta è diventata fruttariana, s'è scordata che anche per Pasqua sfoderiamo il culatello.
- Questo è quello dell'esperimento?
- Ebbene sì, questo ha due anni.

Silenzio commosso.
Quello che aveva detto Chinnamasta era vero: “fammi morire in India e restaci, portami a destinazione sana e salva e a S.D.V.S.A.E.C.R.D.P. sarai sempre ricordato come un eroe”.
Chinnamasta ovviamente non c'è ma il Papà, la Mamma e il Fratello sono una compagnia sorridente che ascolta divertita le mie storie (ma non al passato remoto) ed è alquanto sbigottita dal fatto che sia riuscito ad arrivare a S.D.V.S.A.E.C.R.D.P. senza un mezzo cingolato.
E mi ingozzo di culatello a tal punto che a momenti svengo.
Tre bottiglie di lambrusco e mezzo culatello dopo, è arrivato il momento di ripartire.
Il Fratello di Chinnamasta mi porta in stazione e da lì, visto che a Milano proprio non ci voglio andare faccio un imprevisto dietrofront e mi trovo a Parma, da Emilio dell'Emilia che mi offre albergo per la notte ed una lauta cena (grazie Emilio!) a base di gnocco fritto e salumi e tortelli e una conversazione infinita che solo il mio stomaco dopo un po' si rifiuta di continuare (col senno di poi, forse a colazione avrei dovuto stare più leggero: quattro cornetti e due krapfen basteranno la prossima volta).
La notte boccheggio e quando si tratta di andare finalmente a Milano sembro un cadavere dell'oltretomba.

La morale di questo post è: da quando sono tornato in Italia ho mangiato come un porcello e nessuno potrà dirmi che sono deperito.
O forse la morale fu un'altra (quando mi imbarcai su quel famoso cargo).
O forse no, chi potrà mai dirlo?

L'Aquila Zona Rossa

Da piccolo i miei genitori mi portarono a visitare il forte spagnolo all'Aquila. Avrò avuto sì e no otto anni.
Mentre loro due stavano ammirando il Gran Sasso in lontananza, la mia attenzione fu attirata da un calcinaccio che sporgeva da un muretto. Gli diedi un calcio e si sgretolò a terra. Mia mamma mi vide.

- Hai rotto il castello dell'Aquila.
- Ma… io… in verità.
- Hai rotto il castello dell'Aquila.
- …
- Speriamo non ti abbia visto la polizia…

E per mesi e mesi (o almeno, nella mia memoria di bambino) in casa mia si parlò dell'Aquila e del suo castello e del mio atto vandalico e non si perdeva occasione di nominare la polizia che mi avrebbe sicuramente arrestato.
 I miei genitori se la ridevano sotto i baffi (mah, neanche mio padre ha mai avuto i baffi, però ci siamo capiti) ma io per anni sono stato traumatizzato ed ero sicuro che prima o poi qualcuno avrebbe scoperto le mie malefatte e mi avrebbe schiaffato in galera.
Stronzi.

La notte del sei aprile 2009 un bambino ben più grande e ben più crudele del sottoscritto si mise a prendere a calci L'Aquila e i suoi dintorni: alle tre e trentadue la terra cominciò a tremare, il terremoto si scagliò con tutta la sua violenza sulla città e schiacciò sotto le macerie trecento-otto persone.

Oggi, a poco più di due anni dal sisma, l'Aquila è ancora una città fantasma.
Arrivo a l'Aquila con lo stesso spirito che ha animato gran parte di questo viaggio: il gusto della scoperta, quello di verificare coi propri occhi lo stato delle cose, scoprire le piccole e grandi bugie di cui siamo tutti (più o meno inconsciamente) vittime.

Dal finestrino dell'autobus scorgo un container che reca la scritta “ufficio turistico”, scendo al volo e vado a chiedere informazioni.
Una gentilissima signora mi mostra una vecchia cartina della città e, con una biro, mi indica le strade che hanno recentemente riaperto “ma tutto il resto della città è Zona Rossa”.

- come Zona Rossa?
- Sì, Zona Rossa, vietato entrare, i militari pattugliano gli ingressi.

“Zona Rossa” continua a risuonare nelle mie orecchie mentre la gentile signora mi cerca una sistemazione nei dintorni dell'Aquila e tra una telefonata ed un'altra si lascia andare. Con la voce rotta dal magone e le lacrime che si formano dietro gli occhiali si lamenta: “alla televisione pare che tutto vada bene, vero? Invece non va bene niente, la situazione è drammatica, il centro è morto e per noi non esiste più un centro di aggregazione. Ormai la vita si è trasferita fuori dall'Aquila e gli unici posti che ci rimangono sono i centri commerciali…”
Zona Rossa.
Esco e sono un po' frastornato.
Zona Rossa, ve l'avevo detto io di non guardare più la televisione.
Salto su un autobus (la corsa è gratis, magra consolazione) e mi reco al mio alloggio, a qualche chilometro da quello che una volta era il centro cittadino, e poi a piedi mi dirigo verso la città.
Lungo tutto il tragitto si vedono edifici diroccati e cumuli di macerie, case chiuse da reti arancioni e infissi sprangati. Il benvenuto nella desolazione me lo da la facciata di una casa dichiarata inagibile sulla quale, ironia della sorte, la caduta di calcinacci e le crepe hanno disegnato un sardonico sorriso (o lo vedo solo io?).

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Passo attraverso un gruppo di condomini diroccati e abbandonati.
Entro in uno di essi.
Non penso di poter/dover entrare, ma entro lo stesso.
Il deserto e gli oggetti abbandonati dagli abitanti in fuga e le cose che non si è potuto o non si è voluto recuperare. Delle biciclette appese al soffitto, una valigia semiaperta, dei libri cotti dal sole, piante ormai rinsecchite, quadri impolverati, un hula hoop.

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Più mi avvicino verso il centro e più la desolazione mi avvinghia.
La cosa che più mi colpisce (stranamente) è il bucato che ancora sventola su alcuni balconi: il vento lo scuote, poco incuriosito dal suo abbandono e dalla prolungata asciugatura.

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Dopo una lunga camminata arrivo finalmente alle porte del centro.
Una rete arancione ed un blindato militare bloccano l'accesso al centro.
“È Zona Rossa, non si può passare”, mi dice un alpino, “però hanno appena riaperto via XX settembre, puoi entrare da lì”.

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Diciamo che andando verso via XX settembre mi perdo e diciamo che invece di andarci direttamente passo da una stradina che mi porta in pieno centro e che quindi per puro caso mi trovo dove non dovrei essere, nella famigerata Zona Rossa.
E la Zona Rossa è l'emblema della Città Fantasma.
Nel centro storico la devastazione è ancora più evidente a causa della mancanza della gente e gli edifici sventrati e gli oggetti dimenticati raccontano una, mille, trecento-otto storie diverse che si fa fatica ad ascoltare: un telefono staccato, una campana rotta, una borsa impolverata, una bambola, i cumuli di macerie, le case puntellate e gli edifici storici tenuti assieme da enormi fasce. I simboli della sciagura.
Anche il tempo si è fermato tra queste rovine e passeggiando per la città si trovano visioni che dovrebbero essere effimere e che invece sono diventate eterne: il fiocco rosa appeso ad una porta, un annuncio di lavoro, il calendario della chiesa, i manifesti funebri (morti, ma morti per sempre).
Provo rabbia e delusione, la sensazione di orgoglio patrio che da Matera mi accompagnava si sgretola e lascia il posto ad una grande tristezza.

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Finalmente gli alpini si rendono conto della mia presenza e mi fanno uscire dalle transenne che mi avevano intrappolato; vago fino a via XX settembre e incrocio solo un paio di persone: la via è riaperta ma tutto il resto, la vita, i negozi, s'è trasferito altrove.

Esco dalla città e di fronte a me si staglia in tutta la sua imponenza il mio ricordo di gioventù, quel castello che a calci avevo provato ad abbattere. È ancora in piedi, pare che il terremoto non l'abbia scalfito. Ad onor del vero, la collezione d'arte che ospitava e i suoi interni sono stati pesantemente danneggiati, ma dall'esterno non sembra sia stato toccato. Giro attorno al forte e il mio io bambino si ritrova ancora in cima a quelle mura e i miei stanno guardando il Gran Sasso e mio padre non ha i baffi e l'Aquila è un posto magnifico.

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E poco prima di rimettermi sui miei passi, un rumore in lontananza mi attira: alcuni bar, nelle vicinanze del castello hanno riaperto e un gran numero di persone si trova al loro interno e di fronte alle loro porte. La vita ricomincia, forse. Io me ne sto in un angolo, sorseggio una birra in silenzio e non voglio parlare con nessuna, ho avuto la mia razione di storie tristi quest'oggi.

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Roma

Roma non è altro che lo scenario di lunghe passeggiate e conversazioni con una mia amica, L'Unica Australiana Capace Di Giocare A Briscola, che ha deciso di venire a trovarmi prima del mio ritorno a casa.
E così vivo la città distrattamente, perso nei nostri discorsi e con l'occhio un po' spento del turista che si trascina qua e là senza una meta precisa. Di sicuro vivo Roma in maniera molto superficiale e tutto ciò che resta è qualche foto distratta e frammenti di discorsi a commentare le visioni che ci circondano (e i miei stupidi tentativi di spacciarmi per un ottimo Cicerone “Ecco il Colosseo! È vecchissimo!”, “E questa è… e questa è… una chiesa!”, “adesso ti porto dove vive il Papa”).
E questi frammenti ve li butto addosso, in ordine sparso e senza troppo senso.
Non ho mai visto una città con così tanti turisti, mai. E visto che parliamo inglese tutto il tempo anch'io mi sento uno di loro.
Roma si dev'essere svegliata un giorno dicendo “toh, so' mmultietnica”: nel quartiere cinese un pachistano porta scatoloni sulla testa e chi m'affitta la camera è un rumeno con una fidanzata russa ed un'amante americana.
Tutti i mendicanti sono zoppi, mi fa notare L'Unica Australiana Capace di Giocare a Briscola: effettivamente un cancro ai polmoni, una cirrosi epatica o la pitiriasi rosa di Gibert sono malattie a minor impatto mendicante.
L'ho già detto che ci sono in giro un sacco di turisti?
Metafotografia: le foto ai fotografi.
Io e L'Unica Australiana Capace di Giocare a Briscola mangiamo da far schifo e scopro con orrore e sollievo che la pajata è ormai fuorilegge.
C'imbattiamo con gran piacere in una mostra fotografica di Terzani e bello bello bello il video della sua ultima intervista che si trova anche su youtube (che ricalca i temi di “La fine è il mio inizio”: per chi non l'avesse letto il video è un ottimo surrogato).
Il ghetto.
Il Pantheon.
Un concerto a Testaccio e i sudamericani che volteggiano in un locale dove si balla ma L'Unica Australiana Capace di Giocare a Briscola ed io diamo più spettacolo di loro.
E poi sì, ogni tanto, quando non andiamo in giro a far commenti caustici sui passanti e non abbiamo più voglia di parlare, L'Unica Australiana Capace di Giocare a Briscola ed io giochiamo a briscola.
Quando poi L'Unica Australiana Capace di Giocare a Briscola lascia Roma io vado a cercare un po' di solitudine all'Eur e non mi dispiace restare col mio silenzio e i rumori della città.

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Che me la fai 'na fota?

Sono in giro con Tommaso per i vicoli di Napoli, alla ricerca di un bar dove bere un'ultima birra e continuare una conversazione che penso abbia toccato ogni argomento dello scibile umano.
Sono le dieci e mezza di sera e uno scugnizzo mi nota passare con la macchina fotografica a tracolla. Avrà sì e no cinque anni e tra me e me penso sia un po' tardi per un bambino della sua età.

- Che me la fai 'na fota?
- Certo che ti faccio na fota, te ne faccio anche due, però non ti devi muovere perché c'è poca luce.

Si mette in posa di fronte a me, scatto e corre a vedere il risultato sul display della macchina.

- Che me la metti su feisbuc sta fota?
- Ahah, certo, anzi te la metto su internettt!
- Ah davero!?

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C'è anche la mamma seduta poco lontana e mostro anche a lei la foto che ho fatto al figlio e, per assecondare la curiosità del piccolo, scorro anche le altre immagini: oltre a quelle della giornata ci sono anche alcuni scatti che ho salvato dai paesi visti in precedenza e così mi trovo a mostrare foto della Siria, Turchia, Grecia e Macedonia (tra lo stupore della donna ("ma voi siete ggiornalista?"), perché insomma non ti capita tutti i giorni che arrivi uno a farti vedere delle foto da mezzo mondo)(sì, lo so, sono speciale, un fiorellino esotico, una rarità)(ma piantala).

- Ah, noi siamo di origine macedone.
- E di dove?
- Di Skopje.
- Ah, sì, ci sono stato! Di che quartiere?
- Shutka.
- Shutka!

Shutka, ma certo, il poverissimo quartiere dei gitani dove ero stato accolto con entusiasmo. Mi ricordo quelle strade e quella gente e quegli sguardi e la bionda che mi accompagnava e una pasta estremamente scotta e ricordi di gentilezza italiana (sì, italiana) e di nonne rigonfie sedute di fronte al Grande Fratello (di Canale 5).

E ascolto anche la loro di storia e mi dico che sì, viaggiare davvero rimpicciolisce il mondo.
[E speriamo che il bambino riesca a trovare la sua fota su internettt].

Gigi lo Chic

Napoli nel tardo pomeriggio, un sole che ancora scalda.
Napoli, una di quelle destinazioni a cui, nel corso del viaggio, ho guardato con ansia ed attesa, e finalmente eccomi qui.
Trovo un alloggio consigliatomi da amici (ciao Tommaso) e poi, stupidamente, mi getto alla scoperta della città senza macchina fotografica. Stupidamente sì, perché è da tre mesi che rido tra me e me dicendo “vedrai che dopo essere sopravvissuto ai posti più assurdi la macchina fotografica te la fregheranno a Napoli”. E così mi addentro nel giorno che muore senza la mia fedele compagna di viaggio e… mi do dello scemo ad ogni passo: non penso che nessuno si sarebbe azzardato a scipparmi la macchina e mi viene da sbattere la testa contro il pavimento ad ogni immagine persa.
Attraverso una città viva che si apre ai miei occhi quasi come una sintesi del mio viaggio: nel suo colore, nella sua confusione, nei bambini che giocano a calcio nelle piazze, nei suoi rumori, nelle scritte sui muri e sui monumenti vi ritrovo un po' di Mumbai, un po' di Turchia, un po' di Grecia, certamente una parte di Medio Oriente, sicuramente un pizzico di Albania e perché no anche un po' di Cina e di Vietnam.

E la sera ovviamente… pizza!

Quando mi sveglio la mattina successiva, invece, nonostante l'ottima prima impressione che mi ha fatto Napoli mi sento stranamente agorafobico e ansioso. Non so come mai, forse il pensiero del rientro imminente che si insinua nel mio buonumore. Visto il mio stato d'animo credo sia meglio non affrontare la città, sì, Pompei, Pompei mi sembra una scelta migliore.
Esco dall'ostello con la macchina e senza paura che me la rubino faccio qualche foto distratta per strada.

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Una volta arrivato in stazione lo vedo.
Lì.
Da solo.
Il soggetto perfetto.
Mi si illuminano gli occhi.
Un uomo di una quarantina d'anni che aspetta il treno.
Vestito nella più estrosa delle maniere: completo beige di due taglie troppo grandi con maniche arrotolate a mostrare una camicia più scura di un tono, pantaloni ascellari un po' swing anni 30, borsello a tracolla, pochette con motivo damascato, cravatta blu fosforescente con Bugs Bunny, enorme spilla dal motivo non identificato sul bavero, una moltitudine di braccialetti, catenazze ed anelli, piercing al naso, orecchino con brillante e occhiali dalla montatura azzurra. Ah, una penna che spunta dal taschino.
Un genio.
Devo. Assolutamente. Fargli. Una. Foto.
Ma come fare?
Insomma, qui sono a Napoli e non so come possa reagire la gente alle mie richieste. Prenderlo di sorpresa non se ne parla (c'è poca luce e ho bisogno della sua collaborazione e poi è voltato dalla parte del binario). Che faccio? Faccio finta di essere straniero e gli chiedo “schiusmichenaiteikiorpicciur”? Decido di mentire. Quasi spudoratamente.

- Scusa, mi occupo di moda di strada e ho notato il tuo stile, posso farti una foto?

Imbarazzato, mi guarda come se fossi un marziano ma dopo altri brevi convenevoli si mette in posa per me.
Gli scatto un paio di foto mentre attorno a noi si formato un capannello di gente (dopotutto sono un famoso fotografo di moda, no?) che osserva incuriosito il mio modello (e che forse lo prende anche un po' per i fondelli).

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Aspettando il treno incominciamo a chiacchierare.

- Sai, sono contento che tu abbia notato come mi vesto.
- Eh sì, sei proprio elegante.

Alle sue domande, millanto collaborazioni con le più prestigiose riviste di moda francesi e gli dico che se sarà fortunato la sua foto finirà su un famoso mensile. La cosa lo stuzzica e mi racconta la sua vita mentre saliamo sulla Circumvesuviana.
Mi svela di essere il figlio di un impresario edile e di non aver esattamente bisogno di lavorare (“che poi sai, nun posso annà 'n cantiere vestito come piace ammè”), adesso sta andando in un paese nelle vicinanze di Napoli per “farsi le mani” (“pecché mica posso tenere ste unghie visto i vestiti chepporto”). È estremamente effeminato e non mi stupirei se fosse omosessuale, ma mi rassicura quasi subito rispetto alle sue tendenze sessuali:

- Sai, non sei il primo che m'ha chiesto di farmi una fota ma l'altro avevo paura che… inzomma… hai capito [sventagliando le dita dietro all'orecchio]… penzavo fosse nu ricchione! Invece tu mi sei piaciuto, col tuo appproccio, come dire, acquaessapone [senso di colpa senso di colpa senso di colpa].

Mentre parliamo tutte le persone nel vagone ci osservano e prestano attenzione alla nostra conversazione.

- Sai, quando eropiuggiovane, volevo fare il modello, ma non m'hanno mai acchiappato! Però feci molto teatro e addirittura crearono un personaggio proprio pe'mmè: si chiamava Gigi lo Chic!

Giuro che non so come ho fatto a non ridere a crepapelle.
Gigi lo Chic.
Mi sento sempre più in colpa però.

Gigi lo Chic vorrebbe accompagnarmi fino a Pompei “pe'farsi delle altre fote” però gli spiego che no, quando faccio foto (o fote), preferisco essere da solo e dopo un paio di stazioni scende in direzione della sua manicure. Per tutto il tragitto ho un sorriso ebete stampato sulle labbra. Basta un incontro e ho ritrovato la voglia di stare tra la gente.

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Pompei invece non mi strabilia. Certo non c'è il degrado di cui si legge su molti giornali ma ci sono diverse case in cui non è possibile accedere, troppe scolaresche in gita e mi immaginavo che avrei trovato molti più persone bloccate nell'eternità dallo spesso strato di polvere pirica che ricoprì Pompei: in realtà queste “persone” non sono altro che calchi in gesso dei cadaveri rimasti sepolti sotto la lava (il corpo si decompone lasciando uno spazio vuoto nella lava che, riempito di gesso, restituisce le forme delle persone uccise durante l'eruzione e da un'idea della tragedia che distrusse la città)

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Quando torno a Napoli si aprono le cataratte del cielo, le strade si riempiono di venditori di ombrelli e ombrellini (con passeggino) che vengono poi abbandonati per strada una volta esaurito il loro compito riparatore.

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Beata ignoranza

L'ignoranza è proprio una brutta bestia.
Vai in giro per il mondo, parli con la gente, ti interessi, fai finta di imparare delle lingue nuove, ti adatti ai costumi locali e poi non sai che esistono i Sassi di Matera?
Bestia, bestia, bestia.
Però come dicono da qualche parte nella Bibbia e in un proverbio anglosassone ma anche dalle nostre parti: beata ignoranza.
Sì, beata la mia ignoranza sui Sassi di Matera perché vi passeggio e me li gusto come una bevanda fresca mai assaggiata prima (pensate ad un chinotto se non avete mai bevuto il chinotto) che con le sue bollicine fa gonfiare lo stomaco di orgoglio patrio. Cammino, guardo queste case, queste pietre e questi sassi e penso che sì, l'Italia sia un bel posto, capisco cosa possa trovare di straordinario nel nostro paese un turista che viene da lontano (e sì, non me la menate, lo dico io per tutti, non è obbligato a lottare contro le nostre idiosincrasie) e mi godo tutto, tutto.
Ci metto una vita a trovare un alloggio nonostante la città pulluli di bed and breakfast e le indicazioni della gente del posto di certo non mi aiutano: gli abitanti di Matera paiono candidamente incapaci di pronunciare le parole “bed” e “breakfast” e mi indirizzano ripetutamente al “Bake and Belfast”, al “Break e bed” o nella migliore delle ipotesi al “bed and [mugugno incomprensibile]”. Confusi da tutto questo inglese poi mi indicano posti che poi nella realtà non esistono. O forse è colpa mia: nonostante tutto non ho ancora perso la mia buona abitudine di chiedere la strada e poi non stare a sentire.
Dopo aver percorso almeno cinque chilometri però, col peso degli zaini che comincia a farsi sentire, arrivo in un posto magnifico, l'unico ostello di Matera, un vecchio convento riammodernato dalla vista spettacolare. Anche la ragazza alla reception è una vista spettacolare ma mi tiene a debita distanza dandomi del lei e mantenendo un contegno professionale degno di tutto rispetto nonostante le mie divertentissime battute. Dopo tutto siamo in un convento. Amen.

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La sera mi fanno sapere che tra questi vicoli hanno girato un famoso film con Mel Gibson. Il giorno successivo, mentre m'inerpico su sentieri e scalini e continuo a pensare che bel posto sia l'Italia e di come abbia il dovere di dirlo a tutti i miei amici stranieri, cerco negli scorci della mia memoria le immagini di Arma letale 3 ma non trovo niente di simile. Mah. Forse era Mad Max che hanno girato qui.

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(Lo so, ste foto sono un po' pallose ma per fortuna c'è Napoli di fronte a me, speriamo bene)

Taranto, anniversari e domande giuste

Un trenino tra gli olivi.
Uomini eminentemente tunisini che si nascondono dietro tronchi bitorzoluti.
Una processione religiosa ferma ad un passaggio a livello (e dov'è la macchina fotografica, dov'è?!).
Uomini in divisa ad ogni stazione.
E sono a Taranto.
Solo una tappa che attraverso distrattamente, un incontro con Andrea e Claudia e Ilaria e Matteo (in ordine di età o in ordine alfabetico o in ordine di altezza) un pezzo di Piemonte trapiantato in Puglia, amici di famiglia con figli, assieme ai quali celebro l'anniversario di viaggio.
Andrea e Claudia si prendono cura di me mentre Matteo mi fa vedere (e mi spiega nel dettaglio ogni regola) i cinque giochi di strategia a cui riesce a giocare contemporaneamente (e a vincerli tutti con mia somma sorpresa) e Ilaria tesse le lodi delle sue professoresse.
Per la prima volta in questo lungo viaggio mi trovo in patria a dover raccontare gli aneddoti accumulati durante l'ultimo anno e l'esperienza è meno traumatizzante di quanto pensassi: da bravi lettori del blog evitano le domande scontate e mi piace rivivere attraverso la mia voce (che pare quasi un fenomeno esterno e non generata dalla mia bocca (e dalla lingua e dalle corde vocali e tutto il trallallà ma insomma, c'eravamo capiti)) momenti che sembrano ancora vicinissimi.
È però Ilaria a fare la domanda meno scontata: “perché viaggi?”. Ah, beatitudine dell'innocenza! Tutti a chiedersi come uno faccia a viaggiare, ovvero dove uno possa trovare tutti questi soldi (per chi non ha soldi) o tutto questo tempo (per chi non ha tempo) o tutto questo coraggio (per chi non ha coraggio) o tutto questo xxxxx (per chi non ha xxxxx) mentre Ilaria va al nocciolo della questione, il nous l'avrebbe chiamato qualcun altro, e la spoglia di tutte le quisquilie della vita moderna. Già, perché viaggio?
Invento una risposta, non so se è quella giusta.
Mah, forse sì.
Forse solo perché sono curioso.

E poi Claudia mi da un ottimo suggerimento per proseguire il viaggio.